Ecco qui sotto lo slideshow delle foto scattate in occasione della cena del 25 novembre durante la Cena nell’Antico Mulino
Più in basso, i brani di Michela Murgia letti dalle splendide socie di Passato Prossimo.
Nella nostra cultura il patriarcato ha una storia millenaria, radicato nel patrimonio genetico
di tanti uomini.
Per secoli è sembrato che il mondo femminile ne condividesse i valori e finalità. Esemplare
è la Sindrome di Ginger Rogers, ovvero l’idea sofisticatamente misogina che le donne siano
migliori in quanto tali e dunque per stare sullo stesso palcoscenico degli uomini, debbano
saper fare tutto quello che fanno loro, ma all’indietro e sui tacchi a spillo.
A ben guardare, già nella tradizione ebraico-cristiana alcune donne hanno piantato semi di
cambiamento, che sono fioriti nel corso dei secoli giungendo fino a noi con la loro
testimonianza pacifica e non dirompente.
Della forza del cambiamento pacifico ci parlano i brani che leggiamo stasera, tratti dal libro:
“Io sono tempesta” di Michela Murgia.
(leggere quarta di copertina)
“Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi, scriveva Bertolt Brecht, ma è difficile credere
che avesse ragione se poi le storie degli eroi sono le prime che sentiamo da bambini, le sole
che studiamo da ragazzi e le uniche che ci ispirano da adulti.
La figura del campione solitario è esaltante, ma non appartiene alla nostra norma: è
l’eccezione.
La vita quotidiana è fatta invece di imprese mirabili compiute da persone del tutto comuni
che hanno saputo mettersi insieme e fidarsi le une delle altre.
È così che è nata Wikipedia, che è stato svelato il codice segreto dei nazisti in guerra e che
la lotta al razzismo è entrata in tutte le case di chi nel ‘68 guardava le Olimpiadi.
Michela Murgia ha scelto sedici avventure collettive famosissime o del tutto sconosciute e
le ha raccontate come imprese corali, perché l’eroismo è la strada di pochi, ma la
collaborazione creativa è un superpotere che appartiene a tutti. Una tempesta alla fine sono
solo milioni di gocce d’acqua, ma col giusto vento.”
Tra queste, per voi stasera abbiamo scelto quello dedicato alle “Madri di Plaza de Mayo”.
Un esempio di testimonianza della forza dei “piccoli segni” apparentemente innocui, ma che
diventati corali e riproposti negli anni con certosina pazienza, coraggio, determinazione
diventano grido.
Richiesta di verità e giustizia fanno il giro del mondo, scuotono e interrogano le coscienze
di donne e uomini comuni che tornano a sperare nel cambiamento e nell’avvento di una
società fraternamente solidale.
MADRES DE LA PLAZA DE MAYO
Nel 1976 in Argentina ci fu un colpo di stato militare che aprì il periodo più sanguinoso e
oscuro della vita del paese sudamericano e che gettò la nazione nel terrore fino al 1983. A
guidarlo furono alcuni generali dell’esercito i quali mísero in atto un progetto di repressione
del dissenso che portò all’omicidio e alla scomparsa di trentamila persone – i desaparecidos
– alla tortura di migliaia di altre, oltreché al rapimento di più di seimila bambini portati via
anche appena nati e ridistribuiti tra le famiglie fedeli al regime che aveva ucciso i loro
genitori. […] ad attrarre l’attenzione internazionale furono soprattutto le madri degli
scomparsi che chiedevano notizie e spiegazioni sia al governo militare, sia alla Chiesa,
accusata di sapere e coprire gli orrori.
“Correvano voci molto brutte su cosa succedeva alle persone sparite. Dicevano che
venivano torturati perché facessero i nomi dei loro compagni, che ci fosse un posto dove li
portavano a confessare […] che poi una volta che avevano confessato li lasciassero andare
via liberi. Magari era vero, tutti speravano che fosse vero, ma allora perché poi nessuno di
loro tornava a casa?
Desaparecidos, gli scomparsi, così li chiamavano i parenti, rimasti ad aspettarli con paura
e nostalgia. […]
Taty pensava che il suo caso fosse diverso da quello di tutte le altre donne. La loro famiglia
aveva amici nel governo dei militari, era impossibile che avessero fatto del male ad
Alejandro. […] Dopo 5 anni però l’ecquivoco stava durando un po’ troppo… nessuno dei
generali amici della sua famiglia dava a Taty spiegazioni o notizie, nessuno le garantiva che
Alejandro fosse ancora vivo. […]
Quando bussò alla porta dell’Associazione delle Madri i Plaza de Mayo era ormai disperata,
sola e cercava un aiuto che nessuno fino a quel momento le aveva dato. Temeva che quelle
donne potessero crederla una spia, perché veniva da una famiglia amica dei dittatori, ma gli
occhi che si trovò davanti non erano diffidenti: erano comprensivi: “Chi ti manca?”
Taty cominciò a raccontare di Alejandro, di come fosse sparito nel nulla, di come lo avesse
cercato per 5 anni senza avere risposte. Le altre donne, madri e sorelle di uomini e donne
spariti esattamente nello stesso modo non avevano bisogno di ulteriori spiegazioni.
Insieme condividevano il dolore per le assenze dei fratelli e dei figli, ma anche la volontà di
avere una spiegazione, e Taty comprese che nella sua ricerca, a qualunque risultato avesse
portato, non sarebbe stata più sola.
Quel gruppo di donne, andavano ogni giovedì in Plaza de Mayo a girare in cerchio alla Casa
Rosada, davanti allá Casa Rosada, per chiedere al governo che fine avessero fatto i loro
figli e le loro figlie, non era riuscito però fino a quel momento a farsi ricevere né ascoltare.
Delle loro domande non importava a nessuno. I generali, che sapevano benissimo che cosa
era accaduto a quei ragazzi e a quelle ragazze, fingevano di non vederle. Un gruppo di
donne alla fine che fastidio può dare a una dittatura? […] al massimo devi fare due passi in
più per scansarle quando di giovedì attraversi la piazza, fino a che non si stancheranno di
farlo […] Prima o poi, devono essersi detti i generali argentini, […] queste donne
invecchieranno e si rassegneranno. […]
Le cose però non vanno proprio così. Non solo le donne di Plaza de Mayo non si
rassegnano, ma cercano nuovi modi per farsi ascoltare. Insieme decidono di rivolgersi alla
Chiesa Argentina, perché interceda con i dittatori per il destino degli scomparsi. I vescovi si
rifiutano di riceverle. […] anche molti sacerdoti e suore sono desaparecidos […] Forse i
vescovi non ricevono le Madri di Plaza de Mayo perché non vogliono ascoltarle, perché
sanno che dicono il vero, che i loro figli sono stati davvero rapiti e torturati e che qualcuno
ha protetto i loro carnefici.
Le donne dell’associazione ragionano in quel particolare modo creativo che solo le madri
sanno inventarsi per difendere quello che amano. Serve un gesto, qualcosa di forte e molto
visibile, che porti l’attenzione del mondo su quel dramma e costringa chi ha fatto sparire i
loro figli e le loro figlie a dare risposte.
Decidono di andare alla festa della Madonna di Luján indossando tutte sulla testa un
Piccolo telo candido, identico al pannolino che usavano per i figli quando erano neonati.
Niente di pericoloso, solo un punto bianco moltiplicato sulla testa di decine di donne […]
Invece quel fazzoletto compie il miracolo: grazie al suo bianco le donne di Plaza de Mayo
improvvisamente diventano tutte visibili, decine di teste candide velate, impossibili da
ignorare.
Il pezzo di tela […] divenne un simbolo irresistibile della loro richiesta di giustizia per i figli:
dopo averli preparati alla vita con quei panni, era con gli stessi panni che della loro vita le
donne chiedevano conto.
Piano piano la storia delle madri della Plaza de Mayo e della loro silenziosa resistenza in
bianco fece il giro del mondo e lo commosse, facendo aumentare la pressione
internazionale sul governo e la richiesta di rispetto dei diritti umani. Ma quando il regime dei
militari crollò, neppure la neonata democrazia aveva molta voglia di fare i conti con gli orrori
trascorsi.
Quelle donne continuarono a scendere ogni giovedì in Plaza de Mayo a chiedere giustizia
fino a che la loro tenacia ha condotto alla verità: i carnefici dei loro figli, i militari che avevano
guidato gli aerei dei voli della morte, sono stati condannati per i loro omicidi e i fatti sono
diventati chiari, anche se dolorosi.
Oggi le madri di Plaza de Mayo, non più semplici donne che piangono i figli scomparsi, sono
diventate il símbolo di ogni resistenza pacifica e vanno in giro per il mondo a raccontare la
loro esperienza e motivare i giovani a non smettere di lottare per quello in cui credono.
E il bianco di quel fazzoletto è diventato una bandiera, e non di resa.”
—–
A questa prima lettura, che parla della violenza di Stato, seguono degli estratti tratti
dall’autobiografia dell’autrice Itziar Ziga che illustrano episodi di violenza domestica.
La scelta non è casuale in quanto tra le due violenze non c’è differenza, esse sono figlie
dello stesso sistema di valori dove il potere sull’altro è totalizzante fino al diritto di disporre
della vita e della morte altrui.
Il libro è: La felice e violenta vita di Maribel Ziga di Itziar Ziga.
L’autrice racconta la storia dei trent’anni di violenze fisiche e psicologiche sopportati dalla
madre dell’autrice da parte del marito. Soprusi che in epoca franchista erano anche di
carattere economico, in quanto per una donna sola all’epoca il divorzio era inimmaginabile
anche da questo punto di vista.
Itziar Ziga vuole però sottolineare di non aver scritto questo libro solo per parlare della
violenza subita dalla madre ma per raccontare come nonostante tutto queste non abbiano
annullato la persona di sua madre, agli occhi dell’autrice sempre piena di vita, di gioia e di
sorriso, perché «trent’anni di violenza non le hanno tolto neanche una goccia di questa
allegria». Infatti se l’oppressione ci rendesse solo infelici allora il mondo sarebbe un mare di
lacrime, ma così non è.
Torna ancora il tema della comunità di donne, non più sole, ridotte all’individualità da una
società maschile, ma unite in branco: l’individualismo nuoce soprattutto alle donne e l’unico
modo di andare avanti per il movimento transfemminista è in modo comunitario.
[foglio di Ana]
Conclusione
Soltanto insieme e pacificamente, come ci insegnano le Madri di Plaza de Mayo e i
movimenti femministi e transfemministi, potremo far fiorire per le nuove generazioni una
società solidale e dare dignità di tutte le creature.






































